lunedì 26 dicembre 2011

Perché non sono cristiano


Il cristianesimo pervade la società occidentale da così tanto tempo, e in maniera così invasiva, che le opinioni su di esso e sul suo ruolo ricoprono l’intero spettro delle possibilità: dalla constatazione di Kierkegaard che “non possiamo essere cristiani”, per l’impossibilità di vivere un autentico rapporto personale con Gesù, all’affermazione di Croce che “non possiamo non dirci cristiani”, per il ruolo che la fede e la Chiesa hanno avuto nella formazione della nostra cultura, al pronunciamento di Marcello Pera [blog, perdonami] che “dobbiamo dirci cristiani”, perché la laicità e la democrazia non sarebbero (state) possibili al di fuori della tradizione evangelica.
Evidentemente, e nonostante le loro differenze reciproche, gli esistenzialisti, gli idealisti e gli apostati hanno almeno un aspetto in comune: la mania di elevare le proprie opinioni personali al rango di verità universali.
I logici, come Bertrand Russell, sono più modesti. È magnifico leggere Bertrand, un salto di qualità fenomenale immergersi nei suoi libri e abbeverarsi alle sue parole. Vi regalo la sua testimonianza, premettendo che Russell riteneva che tutte le grandi religioni del mondo fossero, a un tempo, false e dannose. Del cristianesimo organizzato, poi, Russell pensa ancora peggio, e cioè che è stato ed è tuttora il più grande nemico del progresso morale del mondo, e che in ogni tempo si è manifestata una ferma opposizione da parte della Chiesa contro ogni forma di progresso in campo morale e umanitario. Ovviamente queste parole saranno difficili da digerire per i credenti, ma altrettanto difficili da controbattere per chi ricorda da un lato le inopportune chiusure del Vaticano nei confronti delle maggiori innovazioni scientifiche, dall'eliocentrismo all'evoluzionismo alle biotecnologie, e dall'altro gli opportunistici concordati stipulati dalla Santa Sede con Mussolini nel 1929, Hitler nel 1933, Salazar nel 1940 e Franco nel 1953 (dimmi con chi vai, e ti dirò chi sei).
Ok, lascio la parola a Bertrand.

Tanto per cominciare, bisogna chiarire il significato della parola “cristiano” perché oggi viene usata non sempre a proposito.
Certuni definiscono cristiano la persona che cerca di condurre una vita retta. Esisterebbero allora cristiani in ogni setta e credo religioso perché nessuno può negare che esistano persone ammodo anche tra i buddisti, i confuciano e i maomettani. Quindi non è questo il significato della parola.
Per venire a buon diritto chiamati cristiani, occorre molta fede, e ben definita. La parola, ora, non ha la stessa chiara applicazione dei tempi di sant’Agostino e di san Tommaso, quando dogmi precisi erano accettati con profonda convinzione.
Oggi bisogna essere più vaghi sul significato di cristianesimo. Vi sono, a ogni modo, due elementi essenziali per definire un cristiano. Il primo, di natura dogmatica, è la sua fede in Dio e nell’immortalità. Il secondo, ancora più importante, è la necessità di credere in qualcosa che riguardi Cristo, com’è implicito nella parola stessa. Anche i maomettano, ad esempio, credono in Dio e nell’immortalità: tuttavia non sono cristiani. Per quanto riguarda Cristo, poi, se non lo si vuole riconoscere come essere divino, bisogna almeno vederlo come il migliore degli uomini.
Se non ammettete questi princìpi, non vi potete chiamare cristiani.
Io vi dico perché non sono cristiano: in primo luogo, perché non credo in Dio e nell’immortalità; e in secondo luogo, perché Cristo, per me, non è stato altro che un uomo eccezionale. Anzi, a pensarci bene, più un personaggio letterario che un uomo, visto che in fondo storicamente non si sa nulla di lui, e si arriva anche a dubitare della sua esistenza. E neppure così eccezionale, visto che molte frasi dei Vangeli hanno recato paura e terrore all’umanità, e non mi sento di riconoscere un’eccezionale bontà in chi le pronunciò.

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